1968-2018 I 50 ANNI DEL MITO “SASSICAIA”

Il vino Sassicaia è conosciuto da tutti gli appassionati di vino del mondo.

Icona dell’Italia e portabandiera dei vini di Bolgheri ed Italiani.

L’azienda è di proprietà della famiglia dei marchesi Incisa della Rocchetta.

La storia di questo vino inizia con Mario Incisa della Rocchetta, nato nel 1899, proveniente da Rocchetta Tanaro in Piemonte, ventenne si innamora dei vini bordolesi. Mario, va a studiare Agraria a Pisa ed a San Rossore, conosce due importanti famiglie toscane, i conti della Gherardesca ed i duchi Salviati quest’ultimi, già a quel tempo, avevano il cabernet fatto con barbatelle francesi piantate nelle loro vigne di Migliarino. I primi esperimenti di innesti di barbatelle d’oltralpe li fa sui terreni di famiglia alla Rocchetta, grazie all’amico barone de Rothschild, conoscitore dei vini bordolesi, ed alle esperienze Toscane della famiglia Salviati. Nel frattempo Mario si innamora di Clarice della Gherardesca e la sposa a Bolgheri. Clarice portò in dote oltre 600 ettari di terreno con una decina di poderi nella campagna bolgherese. Mario trasforma questa campagna in una moderna fattoria, chiamandola “Tenuta San Guido”, in ricordo di San Guido della Gherardesca, vissuto nel duecento. Mario all’età di quarant’anni è un grande conoscitore dei vini della Borgogna e dei vini di Bordeaux, grande appassionato di Margaux.

Mario impiantò sulle alture della rocca del Castiglioncello di Bolgheri – costruita intorno al 780 d.C., a 393 metri s.l.m., questa rocca è la località più alta del territorio comunale, e le uve Cabernet sono le più adatte, in considerazione delle similitudini pedoclimatiche, tra cui la vicinanza del mare, con l’area bordolese. L’entroterra di Bolgheri è un ambiente particolare e incontaminato immerso in una fitta macchia mediterranea, solcato da branchi di cinghiali, profumato di mirto, rosmarino e ginestre, che si specchia nel mar Tirreno, un paesaggio che ricordava, in qualche modo, a Mario in particolare la zona di Graves. La Tenuta gode inoltre di un incredibile microclima, influenzato dalle brezze marine e dalla cintura di colline retrostanti che la proteggono dai venti. Così, in un terreno di un ettaro e mezzo, immerso fra i boschi e che non guardava il mare ma la zona interna del Volterrano, nel 1944 vennero piantate un migliaio di barbatelle di Cabernet Sauvignon e Franc. A detta del marchese in una lettera a Luigi Veronelli datata 11 Giugno 1974, le barbatelle  provenivano proprio da quella vigna dei Duchi Salviati, di cui ora col matrimonio era divenuto parente, che pare provenissero a loro volta addirittura dai celebri vigneti di Chateaux Lafite: L’origine dell’esperimento risale agli anni tra il 1921 e il 1925 cercò di creare un vino di razza che riuscisse a riprodurre le sensazioni olfattive e gustative dei grandi Bordeaux, allora i vini ideali per tutta l’aristocrazia europea, coi quali potesse addirittura competere. Innanzitutto partì col curare maniacalmente i suoi vigneti e chiese potature molto corte, mal digerite dal suo personale di campagna, abituato a ben altri carichi per pianta. La rocca di Castiglioncello fu la prima cantina, priva di qualsiasi moderna attrezzatura, dove furono vinificate in maniera artigianale e senza l’aiuto di un enologo le uve della vigna sottostante. Per la fermentazione, che durava all’incirca una settimana, furono usati dei tini troncoconici di legno chiusi e per la maturazione, che durava 3 anni, iniziò a usare, per la prima volta in Italia,  delle barriques – piccoli contenitori da 225 litri d’ispirazione francese – di rovere di Slavonia della Italbotti di Conegliano Veneto. Le prime 3/4 mila bottiglie di quello che semplicemente fu chiamato “vino di Castiglioncello” furono della vendemmia 1945, ma quando a marzo fu ritenuto pronto e sottoposto all’assaggio dei fattori, all’uso toscano non lesinarono giudizi taglienti: Composto da un uvaggio francese e prodotto con metodi innovativi sia in vigna che in cantina, aveva anche bisogno di tempo nel vetro per strutturarsi. Nonostante i primi commenti non fossero positivi, amici e parenti non smisero mai d’incoraggiare Mario Incisa a continuare con gli esperimenti per perfezionare il proprio rivoluzionario stile di vinificazione. Infatti il marchese decise di lasciare il vino in cantina e presto ebbe la conferma che, invecchiando, migliorava notevolmente, infatti, i tratti considerati difetti si trasformano, col trascorrere del tempo, in virtù. Negli anni successivi gli assaggi dimostrarono che quel vino, che da giovane si presentava grezzo, imbevibile, duro, scontroso e scalciante, nel corso degli anni si stava trasformando in qualcosa di molto diverso, che andava assomigliando proprio a quei vini di Bordeaux che il marchese aveva imparato a conoscere fin da giovane.

Per i primi 15 anni Mario continuò a vinificare nella sua cantina al Castiglioncello di Bolgheri poche migliaia di bottiglie solo per la sua tavola e gli amici.

Quel vino, rimase di dominio strettamente privato e veniva consumato solo nella tenuta San Guido, ma ogni anno, com’era uso nelle cantine francesi, alcune casse venivano messe ad affinare nella vecchia cantina.

Solo nei primi anni sessanta, sempre più incoraggiato dai risultati dell’invecchiamento del suo vino, Mario piantò altri due vigneti di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc e la vinificazione, ancora portata avanti senza mezzi moderni, fu spostata da Castiglioncello più in basso nel podere Campo Fantaccio. Intanto questo vino era stato fatto assaggiare anche ai cugini Antinori che, subito rimasti entusiasti di questo rosso suntuoso ed elegante, consigliarono di vinificare sì in tini troncoconici di legno, ma aperti e per cortesia glieli fornirono. Così nel 1965, quando entrarono in produzione i nuovi vigneti e le bottiglie cominciarono ad aumentare, il figlio Nicolò Incisa, classe 1936, che cominciava allora a occuparsi degli affari di famiglia, iniziò a proporre il vino di San Guido ai ristoranti della zona. Ma siccome non lontano esisteva un famoso borgo sul mare che si chiamava Castiglioncello e sul nome si sarebbe potuto equivocare chiamandosi “Vino di Castiglioncello”, fu deciso di chiamarlo Sassicaia, dal nome del podere lungo la via Bolgherese, il cui toponimo deriva dall’alto contenuto sassoso dei terreni, che ospitava, a circa 100 metri s.l.m., la prima delle due vigne che erano state impiantate alcuni anni prima fronte mare. Qui la natura infatti porta ogni anno in superficie nuove pietre, frammenti di montagne che diventano suoli perfetti per ospitare la vite, come succede proprio nel bordolese in quel di Graves, che vuol dire ghiaia, dalla conformazione sassosa che distingue anche quei terreni. La prima vera annata messa in vendita nello spaccio aziendale, che era un chiosco sulla via Aurelia, fu la vendemmia 1967 con le bottiglie vestite da una semplice etichetta in carta da zucchero. Così, in seguito  fu deciso d’aumentare ancora la piccola produzione impiantando nuove vigne sui terreni che scendevano verso la pianura, così in totale si arrivò a circa 10 ettari. Allargando la produzione, Mario e Nicolò si rivolsero per la vendita ai parenti Antinori, che erano importanti imbottigliatori.

La strada del Sassicaia non è stata facile dalla prima vinificazione del 1948 c’erano voluti ben vent’anni perché il mondo cominciasse ad accorgersi della grandezza di questo vino.

Piero Antinori, che da imprenditore lungimirante aveva intuito il possibile successo che avrebbe potuto avere quel rosso, seppur allora anomalo nel panorama nazionale dei vini, incoraggiò lo zio Mario Incisa, col quale spesso era stato in viaggio studio per vigne in Francia, a metter in commercio qualche bottiglia con la sua rete vendita. E così fu. Così nel 1968 gli Incisa stringono un accordo coi parenti Antinori per la vendita del Sassicaia attraverso la loro rete commerciale. Già dagli inizi i risultati di vendita furono molto buoni e Mario Incisa ne fu entusiasta: come nelle previsioni, il Sassicaia funzionava e si poteva provare a svilupparlo, ma bisognava renderlo un po’ meno artigianale. Dapprima fu studiata con la famosa Pineider di Firenze, storica azienda attiva dal 1774, una nuova etichetta d’indiscusso charme, che riprendeva la suggestiva rosa di venti in forma di stella, tratta dallo stemma nobiliare degli Incisa. Poi, su invito degli Antinori, agli inizi degli anni settanta si presenta al Marchese Mario l’enologo Giacomo Tachis, che probabilmente aveva assaggiato il Sassicaia ed aveva creduto nelle sue potenzialità. Dopo una valutazione tecnica di varie annate fino allora prodotte, Tachis, da grande quale era, crea, andando incontro solo al suo gusto e senza grandi condizionamenti, quella che verrà considerata la prima “annata ufficiale” del Sassicaia, il 1968, che fu, dalle sue parole “un esperimento, frutto di un assemblaggio di una quindicina di fusti di diverse annate: il ’66, ’67, e in gran parte ’68, oltre a una piccola parte di ’65. Il tutto per un totale di tremila bottiglie”. L’accoglienza dei mercati e della critica fu degna di un Grand Cru bordolese e d’ora in poi la supervisione di questo vino viene affidata a Tachis. Il successo fu tale che i cambiamenti per rendere la produzione del Sassicaia più professionale furono subito numerosi. Tachis iniziò a vinificare il Sassicaia nell’acciaio inossidabile, dove non rischiava d’ossidarsi e sviluppare acidità volatile, macerandolo per 15 giorni, sempre senza nessun lievito selezionato, come del resto si era sempre fatto. Altro cambiamento fu nell’affinamento, infatti il passaggio in legno fu ridotto da 3 a 2 anni e si cominciarono a usare le barriques francesi, soprattutto di Seguin Moreau, utilizzandole fino al terzo passaggio. Altra decisione di Tachis fu di trasferire la vinificazione in un locale ubicato all’inizio del famoso viale dei cipressi. E se la produzione avveniva a Bolgheri, l’imbottigliamento veniva eseguito presso le cantine Antinori a San Casciano in Val di Pesa. Ma il Sassicaia fu imposto all’attenzione del mondo del vino internazionale da un evento inatteso: l’annata 1972 di questo sconosciuto vino della sconosciuta Bolgheri, prodotta in 5.873 bottiglie, fu premiata nel 1978 come “migliore Cabernet Sauvignon” tra 34 vini provenienti da 11 Paesi in occasione di una degustazione cieca, organizzata dal Decanter Magazine di Londra, allora la più autorevole rivista di vino al mondo, di cui facevano parte Hugh Johnson, Serena Sutcliffe e Clive Coates, sbaragliando perfino i mostri sacri del bordolese e cogliendo tutti di sorpresa. Così il giudizio dei più autorevoli assaggiatori dell’epoca catapultò il Sassicaia, in un sol giorno, tra i grandi vini del mondo. Anche il famoso professor Emile Peynaud, padre della moderna enologia di Bordeaux e maestro di Giacomo Tachis,  lo apprezzava molto, meravigliato dei risultati che stavano venendo fuori da questa terra salmastra e selvaggia di Maremma, da pochi anni strappata alla malaria, alla palude, ai briganti… Mario Incisa mancò il 4 settembre 1983. Dopo la scomparsa di Mario, il timone di San Guido – 2.500 ettari, di cui circa mille di bosco, altri mille di seminativi e il resto coltivazioni arboree – passa nelle mani del figlio Nicolò, che in realtà già da tempo si occupava del Sassicaia con la raffinatezza e la cultura hanno sempre accompagnato le scelte della famiglia, da lui più che degnamente rappresentata. L’annata 1983 è stata la prima ad essere imbottigliata nelle cantine di San Guido. L’annata 1985 del Sassicaia è considerata unanimemente dalla critica, internazionale, come uno dei più grandi vini mai prodotti al mondo. Il Sassicaia diventa un mito.

Tutt’ora il mito persiste e rappresenta l’orgoglio enologico italiano. Se Mario Incisa aveva piantato la prima vigna sul versante est dietro al Castiglioncello proprio perché guardasse i boschi e non il mare, considerato qui il problema per cui non si potevano produrre grandi vini rossi, con l’arrivo di Tachis il concetto si ribalta e ogni anno, quando vengono messe a dimora circa 2/3 ettari di nuove vigne, pian piano i vigneti, coltivati a cordone speronato con orientamento dei filari non più a nord ma a sud, scendono proprio verso il Tirreno. Il Sassicaia fu un terremoto che cambiò per sempre, oltre alla viticoltura italiana, il borgo di Bolgheri e la sua campagna. Primo vino italiano in grado di competere davvero con gli chateaux francesi, che coi suoi tannini estremamente eleganti e l’incredibile longevità ha scalato rapidamente la piramide mondiale dei vini di qualità, in riconoscimento di ciò è stata anche la prima Doc singola della Penisola dal gennaio 2014. Ora la produzione si aggira intorno alle 200mila bottiglie per circa 80 ettari di vigneti, più che soddisfacente per quelle che sono le esigenze di tutti i suoi mercati. E dalla fine del 2007 il Sassicaia è allevato in una nuova cantina d’invecchiamento, dedicata al raffinamento in barriques, che contengono solo le due annate di Sassicaia che svolgono i loro usuali 24 mesi d’affinamento. Barriques essenzialmente di rovere francese provenienti da un mix di tonnelleries tradizionali, legni a tostatura medio lunga, dai 24 mesi ai 36 mesi, che non deve esser eccessiva, proprio perché l’apporto di tannini al Sassicaia si è sempre cercato di limitarlo il più possibile. Le barriques, per circa un terzo legni nuovi e poi di primo, secondo e anche terzo passaggio, devono svolgere una funzione importante, che è quella della micro ossigenazione, ma non devono assolutamente influenzare il terroir. Dalla prima annata la 1968, all’attuale rilasciata sui mercati, la vendemmia 2018, sono passati cinquant’anni, durante i quali il Sassicaia si è fatto conoscere ed ha fatto conoscere la zona Bolgherese. Molti sono i produttori bordolesi che vanno in pellegrinaggio a Bolgheri alla ricerca di vigneti da potere acquistare poichè si sono resi conto che Bolgheri riesce a produrre i vini non certo inferiori ad i loro. Di tutto questo si deve però ringraziare la famiglia Incisa della Rocchetta, i Della Gherardesca ed i Salviati. La regia e la lungimiranza di Mario Incisa della Rocchetta prima e Niccolò successivamente, la bravura di Giacomo Tachis hanno fatto si che il Sassicaia sia un “mito”, una “leggenda”. Mentre scrivo questo articolo, a getto, non riesco a non commuovermi pensando che il Sassicaia è un grande vino italiano  un vino che il mondo ci invidia.

Dall’anno 2007 alla direzione della tenuta c’è il validissimo Dott. Carlo Paoli, direttore generale dell’azienda. Inutile dire che il Dott. Paoli ha validamente interpretato la filosofia e la qualità che deve avere un vino importante come il Sassicaia. C’è stato un crescendo di qualità negli anni e ne sono testimoni, in particolare, le annate 2011, 2013, 2015, 2016, 2017 e 2018 e l’annata 2019 che ancora deve uscire si preannuncia, a mio modo di vedere, anch’essa una grande annata.

Sono degli anni che degusto e bevo il Sassicaia e mi sono fatto un’idea ben precisa su quelli che sono i suoi tipici profumi e cioè l’acqua di mare, la saponetta di lavanda, il pepe nero ed in particolare la noce moscata, ovviamente ci sono anche altri profumi, ma quelli che contraddistinguono in modo esemplare il Sassicaia sono questi.

Alcune settimane fa sono  stato a Tenuta San Guido per fare una verticale del Sassicaia da potere inserire in questo articolo.

All’appuntamento c’erano la principessa Priscilla Incisa della Rocchetta, figlia di Niccolò brand ambassador, Alessandro Berlingieri amministratore delegato della società C.I.T.A.I spa, il direttore generale Dott. Carlo Paoli ed il sottoscritto.

Le annate degustate sono state la 1998, 2010, 2011, 2014, 2015, 2016 e 2018.

Passiamo adesso a descrivere i vini degustati.

Seguono le mie note di degustazione.

TENUTA SAN GUIDO

SASSICAIA, annata 1998

Veste rosso granato intenso con fine bordo cipolla rosa.

Al naso è ricco ed evoca profumi intensi speziati di pepe nero e noce moscata, seguiti da prugna secca, acqua di mare (melone bianco e parte interna bianca della buccia dell’anguria), liquirizia in chicchi, smalto di vernice, canfora, gambo di ciclamino spezzato, menta, eucalipto, rosmarino, salvia, alloro, chicchi di caffè, mora, cassis, liegi di ginco secco bianco e nero, peperone verde, sapone alla lavanda ( ricorda la saponetta Atkinson), guscio duro della mandorla, tabacco kentucky, per terminare con note dolci che ricordano la parte esterna del confetto. Al palato ha corpo medio e sapore di prugna e mora. Vino ben equilibrato tra alcol e freschezza. I tannini sono dolci, larghi (6/6–) inizialmente setosi per poi, nel finale, asciugare un pò la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di prugna e mora.                                                   (96/100)

TENUTA SAN GUIDO

SASSICAIA, annata 2010

Bel rosso rubino.

Mix olfattivo fatto di profumi di pepe nero, noce moscata, sesso sfrenato, gomma morositas, intensi di acqua di mare (melone bianco e parte interna bianca della buccia dell’anguria), saponetta alla lavanda, chicchi di caffè tostati, peperone verde, rosmarino, alloro, salvia, chicchi di liquirizia e ricordi del gambo spezzato di ciclamino.

All’assaggio ha corpo medio sufficiente ed è sapido. Vino ben equilibrato con la freschezza che domina la massa alcoolica.

Sapore di prugna fresca e prugna lievemente immatura che fa sentire un tannino lievemente verde. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6), inizialmente setosi per poi asciugare lievemente la gengiva superiore. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di gomma morositas.                                                                                  (92/100)

TENUTA SAN GUIDO

SASSICAIA, annata 2011

Colore rosso rubino inteso.

Diffonde profumi speziati di pepe nero e noce moscata, seguiti da un’intensa acqua di mare (melone bianco e parte interna bianca della buccia di cocomero), saponeta alla lavanda, polvere da sparo, ruggine, conserva di pomodoro, smalto di vernice, mora, cassis, menta, eucalpto, fiori di rosmarino, alloro, salvia, caramella dura di orzo, lacca per capelli e pelle lavorata.

All’assaggio è sapido con corpo medio (più del 2010). Sapori di mora, cassis e liquirizia. Vino ben equilibrato con massa alcoolica dominata dalla freschezza e dai tannini. Questi ultimi sono dolci, setosi, larghi (6/6–) e spessi. Lunga è la sua persistenza gustativa con finale di acqua di mare.                                                                                              (95/100)

TENUTA SAN GUIDO

SASSICAIA, annata 2015

Veste rosso rubino intenso con trame porpora.

Dal bicchiere si innalzano profumi speziati di pepe nero, noce moscata e lievi di chiodi di garofano. La scia olfattiva prosegue, in modo marcato, con l’acqua di mare (melone bianco e parte bianca interna della buccia di cocomero), saponetta di lavanda che mi ricorda la Atkinson, intensi di grafite, vernice ad olio, prugna fresca e secca, cassis, gambo di ciclamino spezzato, lievi di peperone verde, lievi di menta ed eucalipto, lievi di violetta, per terminare con una nota di amido spray (appretto). La bocca è estasiata da questa generosa freschezza che insieme ai tannini dominano completamente la massa alcoolica. Il corpo è medio mentre i tannini sono dolci, larghi (6/6), fini eleganti e setosi. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di prugna.

Vino giovane e piacevole con lunghissimo futuro.                                                   (100/100)

TENUTA SAN GUIDO

SASSICAIA, annata 2016

Manto rosso rubino intenso con trame porpora.

Lo scrigno olfattivo si apre ai tipici profumi del Sassicaia e cioè acqua di mare (melone bianco e parte interna bianca della buccia di cocomero), saponetta alla lavanda, pepe nero e noce moscata. Seguono toni di mobile di sagrestia (incenso), menta eucalipto, lievi di gazzozzola, rosmarino, alloro, salvia, colla coccoina (latte di cocco e mandorla), caucciù, prugna, mirtillo, mora, guscio duro di mandorla, pelle vegetale (è il profumo della pelle lavorata che si avvicina al dolce del cuoio), vernice ad olio per terminare con sussurri di anice stellato.

Al palato il vino ha un corpo medio generoso (più del 2015) e sapori che ricordano la prugna ed il mirtillo freschi strizzati.

Piacevoli sono la sapidità e la mineralità.

Magistrale è il suo equilibrio gustativo con la massa alcoolica messa a tacere dalla freschezza e dai tannini. Questi ultimi sono dolci, setosi, completamente larghi (6/6) per tutta la larghezza della gengiva superiore. Lunghissima è la sua persistenza gustativa con finale di prugna e mirtillo.                                                                             (100/100 e lode)

TENUTA SAN GUIDO

SASSICAIA, annata 2018

Colore rosso rubino intenso con trame porpora.

Dal bicchiere si innalzano vari e piacevoli profumi di prugna, mora, cassis, menta, eucalipto, lievi di ambra e boisé, rosmarino, alloro, salvia, noce moscata. Il percorso olfattivo prosegue con profumi intensi di saponetta di lavanda che mi ricorda la saponetta Atkinson, seguiti dall’acqua di mare, quella pulita (melone bianco e parte interna bianca della buccia di anguria), sella di cuoio, origano e tabacco trinciato del sigaro Toscano.

La bocca è invasa da piacevoli sensazioni fruttate di prugna, cassis e mirtillo.

Il corpo è medio e ricca è la sapidità. Vino ben equilibrato con la massa alcoolica che viene messa, completamente a tacere, grazie alla freschezza, alla sapidità ed ai tannini.

Questi ultimi sono dolci, spessi, larghi (6/6–), inizialmente vellutati per poi nel finale asciugare, lievemente, la gengiva superiore.

Lunga è la sua persistenza gustativa con finale fruttato già sentito inizialmente.

Ricchezza, finezza ed eleganza caratterizzano questa annata.

Questo 2018 mi ricorda per certi aspetti il 1988. I tannini miglioreranno con la sosta in bottiglia.                                             (97/100)

TENUTA SAN GUIDO

SASSICAIA, annata 2014

Abito rosso granato con fine bordo aranciato.

Profumi di acqua di mare (melone bianco e parte bianca interna della buccia di anguria), pepe nero, noce moscata, naftalina, appretto (amido spray per stirare), prugna, vernice ad olio, alloro, salvia, legno tostato, lievi di ragout di carne per terminare con pizzicotti di peperone verde.

Al gusto ha corpo medio ed ha un buon equilibrio gustativo. I tannini sono dolci, abbastanza larghi (5/6–) inizialmente setosi per poi asciugare un pò la gengiva superiore.

Lunga è la sua persistenza gustativa.

Questo 2014 ha un pò meno struttura del 2010.       (92+/100)

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